Med Free Orkestra un progetto musicale e non solo. Il nome già condensa l’idea che soggiace in questo nuovo modo di pensare la musica: il Mediterraneo, ossia uno dei più grandi bacini culturali dell’Occidente; Free, come luogo aperto, dove lo sguardo si possa perdere all’orizzonte, libero da muri e pregiudizi, in cui si possa fare una musica senza frontiere e confini; Orkestra, con quella “k” che richiama la contestazione, l’occupazione, la protesta per le tante ingiustizie che si sperimentano quotidianamente.

Se al  Concerto del 1 maggio del 2015 è stata una sorpresa, quest’anno sono stati una miscela esplosiva (tra le più belle performance di tutta la giornata).

La Med Free Orkestra non è solo un ensemble multiculturale, sebbene abbia la presenza di 15 musicisti di cinque Paesi, tre continenti e cinque lingue diverse, ma più specificatamente è interculturale, in quanto l’esito della loro musica è nuovo, una miscela di differenti esperienze culturali e musicali che scaturiscono in un stile non ancora sentito, un linguaggio musicale personale, in cui musica popolare, pop, rock, orientale, si fondono e si alimentano reciprocamente.

L’ultimo lavoro musicale della Med Free Orkestra si intitola “Tonnosubito”, un album in cui si mescolano canzoni dai toni goliardici (Marika), danze di carattere etnico e popolare (Balla), canzoni dai ritmi africani un (Kemo Sanyang… pezzo che parla dell’africa e del Re della Guinea Bissao) e molto altro…

In tutto l’album la sezione fiati conferisce energia e potenza; le percussioni africane affidate al senegalese Ismaila Mbaye e quelle arabe e indiane Daniele Di Pentima formano un insieme che ben si armonizza senza perdere la specificità; la Kora di Madya Diebate non solo fa da accompagnamento armonico alla musica, ma è capace di dialogare con tecnica, passione e precisione con la tromba di Fabrizio Bosso, come si può ascoltare in, “Mamma ha detto andiamo al mare”, canzone ironica e drammatica sul tema del viaggio dei migranti sui barconi.

Le voci sono di Lavinia Mancusi, Sara Jane Ceccarelli, Agnese Valle ed  esprimono, con vocalità differenti, l’intensità la forza e il calore del popolo (Lavinia Mancusi), la chiarezza e la purezza jazzistica (Sara Jane Ceccarelli), l’alma cantautoriale e folk (Agnese Valle). Non solo voci però! Lavinia Mancusi dà colore  ai brani con intermezzi al violino e alle percussioni popolari, Sara Jane Ceccarelli all’ukulele, Agnese Valle al clarinetto. Nella Free Med Orkestra la musica e le esperienze musicali non mancano…  non è possibile presentare tutti i componenti, ma sono tutti musicisti dalla grande personalità e capaci di suonare insieme, mettendo il proprio stile e la propria passione in chiave di ensemble.

Come ho detto antecedentemente è un album ricchissimo di sfumature, e dal sound innovativo… e come esempio mi voglio soffermare sul brano “Nessuno” (feat. Javier Girotto) dal timbro intimista e dalla vena poetica molto profonda.

Nessuno, il cui testo e la musica è stata scritta da Claudia Fofi, si apre con un arpeggio e un coro voci, mentre la strofa è accompagnata con leggerezza dalle note lunghe del basso, dal suono della kora, dal sax soprano del sassofonista argentino Javier Girotto e da linee di violino. Il ritornello esplode con gran potenza mediante l’apporto della batteria,  della sezioni fiati che sanno innalzare la musica e sostenere un testo drammatico, poetico, dalla forte sonorità.

Propongo un’analisi un po’ tecnica ma che serve a comprendere come la Med Free Orkestra lavora sui testi e sulle musiche, mostrando una competenza tecnica capace di abbracciare la bellezza e la profondità della parola.

Sono nessuno anche se sono un uomo / sono una voce ma non sono un suono / sto scivolando sulla terra che gira, / sono un punto scolorito / in una guerra smisurata che mi fa… paura

La presenza del suono “s” e “n” e delle vocali “o” e “u” creano la sensazione di fluidità, di scivolare, come afferma il verso della prima strofa. L’uomo che fugge, viene preso dai venti, viene condotto, ormai inerme, senza possibilità di scelta. E la terra, anch’essa che gira, di moto perpetuo, è accomunata alla guerra, smisurata, che incute paura. Le parole “terra”, “guerra” sono le uniche che contengono la doppia consonante “r” suono che crea aridità, sterilità, e che esprime la durezza della realtà nella quale si trova chi sta fuggendo. Di grande intensità è l’accento del canto sul verbo “fa” che crea una brevissima pausa appena prima della parola “paura”, generando un attimo di tensione, un’incertezza, come il blocco del respiro che produce la paura. 

Prosegue la seconda strofa:

Sono nessuno, sono in nessun posto / sono un fantasma sono meno di niente / seguo la corrente sfido gli uragani / se lascio tutto è perchè non ho nulla nelle mie mani

Anche in questa strofa si fa presente il gioco sonoro tra le consonanti “s”, “n” e le vocali chiuse “o” e “u”, e poche parole ma dal grande impatto con vocale aperta in “a” che sono: “fantasma”, “uragani” e “mani”. La rima vicina tra “niente” e “corrente” conduce in avanti il ritmo, come l’uomo trascinato nel vortice delle acque. La difficoltà dell’esistenza è percepita dalla notevole presenza di doppie nelle parole (nessuno, nessun, corrente, tutto, nulla, nelle). La lingua ha una propria sonorità e un proprio significato. Il canto, dal fraseggio chiaro, melodioso, lascia essere la parola, sostenuta dall’accompagnamento degli strumenti che lo supportano ma non lo sovrastano.

Il ritornello, in cui si apre il ritmo, con la sezione dei fiati in levare, la batteria, il basso che gira su frasi sincopate , sostengono e portano in alto la vita del fuggitivo, sintetizzata in una frase così dura e inaccettabile per l’essere umano: “Sono nessuno”. Due parole, che sono un pugno nello stomaco, necessitano essere cantate in coro; è un canto che arriva dalla voce di tutte quelle persone (di tanti paesi) che sono costrette alla fuga per avere una speranza di vita.

Il brano prosegue:

Queste parole non sono perle / ma sono sagome di ricordi / rischio la mia pelle unica che ho / per affidarmi al mare, madre madre tu mi hai scolpito / ora mi vedi morire /

Sono un nemico per la tua pace / sono un fastidio nella tua giornata / sono una mano che si aggrappa e poi sprofonda / sono un cumulo di sassi / una porta sfondata /

Le parole, in un climax ascendente, divengono sempre più forti, come l’uragano annunciato nelle prime strofe. Le parole sovrabbondano di esistenza disperatamente voluta e abbracciata: il coraggio di affidarsi al mare piuttosto che alle braccia della madre perchè la speranza ormai si è spenta nel paese di origine. E se tra “mare” e “madre” la differenza è solo in una consonante, esiste un abisso di paura nell’abbracciare il mare; è un abbraccio a cui ci si volge indietro (due volte di seguito viene nominata la madre… perchè lo strappo è troppo forte, è una lacerazione del cuore quell’addio, perchè è l’ultimo sguardo indietro al passato, di cui rimangono solo sagome di ricordi).

La strofa successiva è puntualizzata da un “tu”, c’è un cambio di prospettiva. L’incontro, anzi piuttosto lo scontro, con l’altro, che racchiude tutto un insieme di pregiudizi, falsità, luoghi comuni che sfocia in metafore dure, pesanti: “cumulo di sassi”, “porta sfondata”. Come sintetizza bene la canzone “Pane e coraggio” di Ivano Fossati: “ma soprattutto ci vuole coraggio / a trascinare le nostre suole /  da una terra che ci odia / ad un’altra che non ci vuole”.

Il ritornello “Sono nessuno” diventa sempre più un grido, passionale, viscerale, cantato e suonato da tutta la Med Free Orkestra, un canto che non lascia in pace, che scuote le coscienze, un canto di giustizia.

L’ultima strofa  è cantata da Ismaila Mbaye, e da un’altra voce che è appena udibile, sileziosa, flebile. I versi esprimono l’importanza di saper guardare (il verbo all’imperativo,“Guarda” viene ripetuto tre volte, seguendo la figura retorica dell’anafora), un saper guardare vicino (la mia pelle) e lontano (le stelle); un saper guardare le onde e sapere che su quelle onde c’è gente che muore. “Qui la colpa è di nessuno” ricorda il gioco di parole di Ulisse nella caverna di Polifemo, il quale grida il nome di Nessuno, che ha la colpa di averlo accecato (Omero, Odissea, libro IX).

Guarda la mia pelle / guarda quelle stelle / guarda da lontano / queste onde è molto comodo / e non ti rattristare se non trovo nel mio corpo in mezzo al mare / perchè il mare non ha corpi / qui la colpa è di nessuno.

La canzone termina in maniera molto evocativa, con la ripetizione del ritornello, eseguito dal Coro della Scuola Manin, diretti dal Maestro Maurizio Ceccarelli… che ricorda le tante voci disperse per il mare o per terre inospitali che chiedono di essere abbracciate e riconosciute.

La Med Free Orkestra mostra tutta la passione e professionalità nel vestire di musica un testo lirico, forte e poetico. La loro musica riempie il senso e il suono dei versi mostrando come il cuore palpiti per un mondo colorato di culture, che sia più equo e giusto. Tra danze, balli e ballate il messaggio è sempre chiaro e inequivocabile: esiste una maniera di vivere con altre culture che evita i muri, i ghetti e preferisce l’ascolto, l’integrazione e l’accoglienza…

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