Rocío Márquez: Visto en el jueves

Rocío Márquez sorprende, incanta, stupisce ancora una volta con il suo ultimo album, intitolato “Visto en el jueves”, flamenco, ma a suo modo, secondo la sua visione estetica e poetica, secondo il suo punto di vista. Pedro Jiménez nell’introduzione dell’album, afferma che la scienza conosce come gli alberi posseggano una memoria; non si sa come la utilizzino ma l’hanno, ci sono piante che sono capaci di ricordare. Ma l’essere umano come utilizza ora la memoria? è ripetizione? è antichità? è vintage? 

Continua dicendo che Rocío attraverso questo album propone un ascolto di una memoria viva e plurale; lo fa usando, tagliando, incollando, in definitiva rimescolando canzoni e canti, ritmi e musica popolare con uno stile personale che coglie l’antico ma lo riconduce all’attuale, al quotidiano, con rispetto e personalità. 

Il titolo fa riferimento al mercato di antichità che nel giorno di giovedì stava nella calle Feria di Siviglia, iniziato già dal secolo XIII… dunque esiste una tradizione, che arriva da lontano, dei testi che viaggiano nel tempo, delle sonorità che attraversano le stagioni, che, in questo lavoro musicale, sono presi dalla sua voce, quella di Rocío Márquez, capace di armonizzare in poesia ogni elemento musicale e letterario.

L’album inizia con “Luz de luna” di Álvaro Carrillo ma nella versione di El Cabrero. La chitarra di Juan Antonio Suárez Cano, “Canito”, introduce il canto vocalizzato con un arpeggio ipnotico sulle note acute della chitarra, tra i colpi gravi del cajon suonato da Augustìn Diassera.  La carnalità della terra, dell’humus si trova già dai primi intensi della strofa cantata con maestosità da Rocío: “Vengo del ronco tambor de la luna, / en la memoria del puro animal. /  Soy una astilla de tierra que vuelve, / hacia su antigua raíz mineral. / Vengo de adentro del hombre dormido,/ bajo la tierra gradosa y carnal. / Rama de sangre, florezco en el vino, / y el amor bárbaro del carnaval”. L’accompagnamento è tutto un gioco di forti e piani, rasgueo e arpeggi, ritmi e colori, con le percussioni che non smettono di modificarsi, perchè il sentimento d’amore non può essere lineare, costante, armonico: “Yo quiero luz de luna para mi noche triste…”. fino ad arrivare al climax finale dell’amore che porta a piangere sulla tomba invece del cuscino: “Si ya no vuelves nunca… en vez de mi almohada lloraré sobre mi tumba”. Questa prima canzone è trasposta anche in video, in cui presenza e assenza si alternano, attraverso i pieni e i vuoti, la luce e l’oscurità, il fuoco e il vento, mentre le immagini dei personaggi si delineano e si dileguano in linee tremolanti. La luce della luna è differente da quella del sole: è fredda, indaga, illumina di bianco, effonde poesia, dubbio, incertezza e al tempo stesso attrae, come la voce di Rocío Márquez, tra il ballo fisico di Rubén Olmo e la chitarra di Canito. Dalla canzone “Luz de luna” che Rocío ascoltò per la prima volta a 9 anni da una sua amica, che l’aveva imparata dal nonno, del tempo ne è passato… la forma, l’armonizzazione, lo stile è cambiato, ma il senso della memoria rimane attuale, trascende il tempo, si arricchisce dell’esperienza vitale di Rocío che la dona ad altri ascoltatori. Fare memoria significa rileggere l’esperienza vitale del passato e renderla viva attraverso il proprio vissuto esistenziale e, per questo, musicale.

Nel brano “El último organito” possiamo ascoltare la voce di Rocío Márquez in tutta la sua drammatica potenza; accompagnata con la sola chitarra, dà voce ai poetici versi di Homero Manzi (Añatuya, 1º novembre 1907 – Buenos Aires, 3 maggio 1951), che scrisse il testo nel 1949: “Las ruedas embarradas del último organito / vendrán desde la tarde buscando el arrabal, / con un caballo flaco y un rengo y un monito / y un coro de muchachas vestidas de percal…”. È una scena popolare, antica, quasi con echi di Gozzano, con la voce che crea quell’aurea dimessa, nostalgica, tremolante. Nell’ultima strofa il ritmo della chitarra enfatizza le pause del tango, i rasgueado, gli stoppati, i piano e i forti, così come si colma di pathos la voce, nel momento in cui l’organetto passerà di porta in porta fino a trovare “la casa della vicina morta”, che si stancò di amare e suonerà insistentemente affinché pianga il cieco, il cieco inconsolabile del verso di Carriego, che fuma, fuma e fuma, seduto sul marciapiede.

(El último organito irá de puerta en puerta / hasta encontrar la casa de la vecina muerta, / de la vecina aquella que se cansó de amar / y allí molerá tangos para que llore el ciego, el ciego inconsolable del verso de Carriego, / que fuma, fuma y fuma sentado en el umbral). Per capire la magia di questa canzone vale la pena sentire la versione che Rocío e Canito fanno in una grotta… (https://www.youtube.com/watch?v=ccPBqebNzqc) … a questo punto le parole non sono più sufficienti… è l’ascolto fatto con l’anima che apre ad intuizioni di bellezza.

Rocío Márquez si sperimenta non solo come interprete ma anche nella composizione dei testi, come nella serrana “Una vida de imagen”: attraverso un ritmo incalzante e sincopato fatto dalla chitarra di Canito e dalle percussioni di Agustín Diassera, già collaboratore nell’album Dialogos de viejos y nuevos sones, Rocío riflette sull’apparenza della vita fatta di immagine “Me dan para perderme / de mi persona / una vida de imagen / dinero y gloria”… percorrendo “caminos tan delirantes”. Il brano sfocia nell’intensa lirica di Manuel Vallejo, Tu una joya y yo el joyero: Tu la joya y yo el joyero / tu el agua y yo la fuente / tu la joya y yo el joyero / tu el pueblo y yo la gente / tu la máquina y yo el fuego /  tú el pecador y yo el penitente”. 

Accostare, interpretare, collegare, intessere… questo è il mondo musicale di Rocío Márquez, cantante che esplora cammini, sentieri, culture. La sensibilità della sua voce è capace di armonizzare gli estremi, di sentire il silenzio della musica, di placare gli abissi della vita, di rendere straordinario l’ordinarietà di un mercato d’antichità… Infine, è una cantante capace di scegliere per ogni progetto musicisti capaci di conferire i colori opportuni alla sua musica: Canito e  Agustín Diassera accompagnano questo viaggio musicale con ritmiche, fraseggi, armonie, che richiamano i colori dell’arcobaleno, di cui non si riesce a fissare i contorni delimitanti dei colori, ma si contempla l’insieme delle infinite tonalità.


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