Pilar. Vivere “A metà”

Esce in questi giorni l’album di PilarIlaria Patassini –  “Luna in ariete”: un lavoro musicale ricco di pathos, ponos, (la fatica del lavoro manuale), passione e intelligenza. È eccentrico, nel senso che possiede un sé che si slancia fuori, verso un mondo che va compreso nella sua complessità; contiene, inoltre, brani che narrano la disgregazione dell’Io e, al medesimo tempo, l’abbraccio ai fondamenti dell’esistenza, alla generatività, come “Il suono che fa l’universo”; il canto stesso diviene un tentativo di ricostituirsi all’interno di un mondo eterogeneo, nel quale l’essere umano prova a riadattarsi con coscienza e tenacia.

Di tutto l’album provo a fare l’analisi del brano “A metà” che ho trovato particolarmente ricco di suggestioni.

Esso descrive il vivere – e non il sopravvivere – all’interno delle polarizzazioni che si percepiscono nella propria esistenza: l’inizio della canzone è cadenzata da un arpeggio fitto, continuo e ipnotico della chitarra di Federico Ferrandina, su cui si inserisce il suono delle note lunghe dei fiati. Già da questo avvio troviamo gli estremi: il susseguirsi delle note brevi della chitarra che contrastano con il suono delle note lunghe delle trombe. Il testo del brano riprende quest’idea: viviamo all’interno degli antipodi.

La bianca la nera, l’aurora la sera, il fasto e l’austerità. / 

La luna la terra, la pace, la guerra, la pioggia e la siccità. / 

La spina, la rosa, la pausa la nota, il petto la schiena, l’alfa e l’omega / 

Il falso, il vero, la resa il pensiero, l’incontro la fuga, l’orgoglio l’orgoglio”.

Anche la melodia della strofa cantata è circolare, riprende in differente maniera, l’idea dell’arpeggio della chitarra, con parole prevalentemente bisillabiche, conferendo dinamicità e velocità al brano, ma il tono della voce è profondo, pensieroso, contrastando il ritmo del brano.

L’elenco delle parole iniziano con la luna e terminano con l’orgoglio, dunque il primo termine femminile e l’ultimo maschile; nei primi due versi si inizia con una parola piana (con l’accento sulla penultima sillaba) e si conclude con una parola tronca (con l’accento sull’ultima sillaba): biancaausterità, lunasiccità. Inoltre, la prima è bisillabica, l’ultima trisillabica.

Da un punto di vista sonoro, spesso il primo termine comprende suoni dolci – bianca, fasto luna, pace, spina – mentre il corrispettivo porta con sé suoni aspri o duri nera, austerità, guerra, rosa.

Il verso gioca, inoltre, con sonorità con assonanze e allitterazioni che si susseguono, si riprendono, si rincorrono, riprendendo il ritmo in movimento del brano: n(era) aur(ora) s(era); (aur)ora (aus)terità; oppure con l’insistenza delle doppie, in cui la voce insiste, incede, come se ci fosse un ostacolo da sorpassare: la terra, la guerra, la pioggia, la siccità.

Il terzo verso, con sonorità dolci, meno contrastante permette di creare quella breve quiete che dà forza all’ultimo verso, potente e riflessivo: Il falso, il vero, la resa il pensiero, l’incontro la fuga, l’orgoglio l’orgoglio. Il verso è come un’onda, prende forza con il tempo, e così s’inizia con i primi tre termini bisillabici per poi avere una prevalenza di termini trisillabici, l’ultimo in ripetizione (orgoglio). La sonorità si inasprisce, con la presenza sempre più costante della consonante “r” e dei suoni “c” e “g”. Il finale, ormai il climax ascendente è all’apice, è quasi onomatopeico, con la ripetizione del termine orgoglio, simile in suono ad un un mulinello che fa annegare.

Il ritornello è opposto per idea all’incessante e cadenzato ritmo della strofa; le note sono lunghe e acute:

Quando sono intera sono a metà, la casa è una cometa una luce portante, / quando sono intera sono a metà, la casa è un’altalena, un sorriso del vento.

In questo verso si concentra l’esplicitazione del pensiero di Pilar: l’interezza non è più nel comprendersi unificati, ossia aver chiaro cosa fare, stare in un unico luogo, avere una comprensione chiara e univoca di se stessi ma, in questa vita di contrasti, di polarizzazioni cercare di sentirsi a casa. Ossia, saper vivere e portare su di sè l’alterità, il viaggio, il non completamente definito. Anche il termine casa porta con sé dei significati che non sono quelli classici di staticità; infatti diviene una cometa e, dunque, possiede un aspetto transitorio, in movimento. Allo stesso è anche luce portante, una forza e uno splendore che non ha eguali. Sulla stessa linea è anche l’idea della casa intesa come altalena, che unisce l’aspetto della stabilità – in quanto l’altalena è fissata nel terreno – a quello del movimento e della libertà, che viene espressa dalla profonda immagine del sorriso nel vento. Il sorriso è ciò che riempie il cuore, perchè è il segno dell’affetto, della bellezza, ma esso è nel vento, ossia non si può afferrare, è sfuggente. Pilar riesce a tenere in tensione dinamica gli affetti ma anche la loro fragilità; comprende le certezze che, tuttavia, non sono più date come eterne e insondabili; la stessa esistenza rimane in un equilibrio esposto alle intemperie e al sole del tempo.

La seconda strofa, metricamente in linea con la prima presenta soprattutto immagini dal mondo animale, vegetale e fantastico:

L’orso la grotta, il pesce la brocca, il polline che non si posa e che vola, 

l’acuto il falsetto, il fachiro nel letto, l’onda che arriva e poi si ritira.

Sono sirena mi mordo la coda, sono una preda luminescente, 

le gambe le branchie, il tuffo la piuma, l’artiglio le scaglie, le ali la spuma.

Si descrive nelle prime due immagini (l’orso e il pesce) l’animale nel suo contesto chiuso naturale – l’orso nella grotta – e domestico – il pesce nella brocca; la terza immagine, il polline, è tratta dal mondo vegetale, che non si posa e che vola, dunque una situazione opposta alla chiusura della grotta e della brocca. L’acuto è il suono naturale della voce, mentre il falsetto è quella tecnica impostata che rende la voce acuta, in maniera artefatta: un’altra opposizione. Il falsetto, che appunto deriva dalla termine falso, introduce la figura del fachiro, in assonanza con fal / fac; i due termini sono in relazione in quanto ricordano come il fachiro di fatto falsifichi il naturale ordine delle cose, perché nessuno può dormire su un letto fatto di chiodi (falsetto è in rima con letto): giochi di rimandi e di rime all’interno delle tre parole falsetto, fachiro, letto. Infine, l’immagine marittima dell’onda, che contrasta con quella dell’acqua delimitata nella brocca, il cui movimento è incessante sulle spiagge (arriva e poi si ritira). Il contesto dell’acqua di mare, a cui Pilar è molto legata come possiamo vedere anche in altre canzoni come “Dopo l’amore”, introduce l’immagine fantastica antica e misteriosa della sirena. Come rilegge Pilar la figura della sirena? Innanzitutto in prima persona, poi, che gira su se stessa (mi mordo la coda) e con un elemento di fragilità – sono una preda – e di luminosità – luminescente. Inoltre, presenta elementi umani, – le gambe -, di pesce, – le branchie, il tuffo, le scaglie, la spuma – e di uccello rapace – la piuma, l’artiglio. L’idea che comunica attraverso l’immagine della sirena è che si viva in un contesto di pericolo (mordere, preda) in cui occorra difendersi (artiglio) e allo stesso tempo con un desiderio di libertà (le ali, la spuma).

Anche la canzone, come forma musicale costituita da strofe e ritornello, viene spezzata e riletta da Pilar, come vediamo dall’inciso o ponte che introduce una considerazione esistenziale:

Su uno scoglio, senza branco senza stormo non c’è nessuno che apra la corrente per me / 

Sul fondo mi conto i battiti del polso il mio posto più sicuro resta l’orlo dell’abisso. 

L’armonia e l’accompagnamento del brano si fermano mentre il suono del contrabbasso di Andrea Colella, suonato con l’archetto, introduce il cambiamento, la rottura.

Tutto l’inciso è cantato a due voci, con Clio D’Alessandris, all’unisono, eccetto per la frase non c’è nessuno che, proprio per evidenziare la solitudine nelle proprie scelte; allo stesso modo rimane la voce sola di Pilar nella frase il mio posto più sicuro resta l’orlo dell’abisso, sempre per evidenziare che alcuni luoghi sono propri, non c’è nessuno che possa entrare.

L’immagine a cui si riferisce in tutto l’inciso è sempre questa sirena-uccello che vive in una condizione di solitudine (senza branco, senza stormo) e che deve giocarsi la vita con la propria responsabilità: non c’è nessuno che apra la corrente per me. Il paradosso vive all’interno della vita di questa sirena, che si trova su uno scoglio, e dunque all’aria aperta, ma considera il luogo più sicuro l’orlo dell’abisso, dunque una situazione di profondità.

Molto interessanti sono le figure di suono, con una prevalenza di vocali chiuse “o” e “u” che conducono verso il fondo dell’abisso, che è cantato attraverso una scala musicale discendente. All’interno troviamo anche situazioni di apertura, con parole che contengono vocali aperte – come in apra la corrente per me – che sottolinea l’idea del movimento arioso, aperto, impetuoso proprio della corrente che trascina, sospinge, trasporta. 

Ma questa apertura rimane solo un desiderio, in quanto il canto insiste sulla vocale “o” della parola sicuro e di abisso.

Qui è racchiusa l’intensità esistenziale del testo, che è cantato con forza e passionalità, e su cui poi viene fatta una cesura, uno pausa forte e decisa: l’orlo dell’abisso non può essere raccontato, mancano le parole, può essere solamente vissuto in tutta la sua forza da chi riesce a starci. 

La canzone riprende con il ritornello che sfuma nella ripetizione nell’espressione un sorriso del vento, su cui si innesta la ripetizione della prima strofa, in un stupendo gioco d’incastri di parole di musica e di suoni. La complessità della realtà è riletta attraverso la costruzione di un brano articolato, profondo, che se ad un primo ascolta risulta immediato, se lo si approfondisce si scoprono innumerevoli richiami, stratificazioni, simbolismi, sia musicali sia letterari.

Pilar è così. Sa porgere una canzone che vola con la leggerezza di una piuma ma se si ha la pazienza e il desiderio di fermarsi su questa immediatezza si aprono infinite finestre che rimandano alla complessità e alla durezza della vita…

Per ascoltare la canzone: A metà


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